A hardship post

If it was not preceded by its fame, Goma at a glance could hardly be said a difficult place.

Lake Kivu is anachronistically calm, peaceful, surrounded by a hilly landscape, intensely green, that contrasts with the black lava ground on which forest proliferates with arrogance. The majestic volcano Nyiragongo is just as impressive as a volcano can be.

Nyiragongo

It is one of the most contradictory place I have ever seen: the land of the world’s richest mines, scene of a twenty-year war, where impassable streets lined with decaying buildings contrast with lakefront residences, hotels and restaurants that rivals the ones on the most touristic Italian lakes. And as soon as you step across the border with Rwanda, you find yourself in a real touristic area, where roads and buildings are brand new, housing and hotels are first class and war can be seen only on TV.

Lake Kivu

From the plane you see rain forest all around as far as the eye can go in any possible direction. The Congolese forest cover is incredibly dense: you can fly for hours without being able to observe any interruption, except for some groove strip of water. On the opposite in Rwanda, where the population density is tens of times higher, forest gives way to crops.

Almost two weeks after the capture of the city, today the M23 has left Goma, leaving us in the company of MONUSCO’s helicopters monitoring the situation, while waiting for the FARDC to resume possession of their territory.

It is the usual calm weekend of fear.

M23

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People leaving

When people write stories about themselves, it is for a reason. When they write about others, it must be for a good one.

For the second time in my life, I happened to be part of a story of a friend who wanted to leave.

I am one of those who decided, at some point of their life, to leave, no matter what, for no matter where. In the last 11 years, I lived in 12 different countries, for short or longer time. I stopped asking myself what prompted me originally to follow this life and what still does, like people stop wondering why they wake up in the morning and go to bed at night.

For two of my friends, at some point of their life, what I do, what I am or what I became in these eleven years, must have represented a source of inspiration and probably the last hope to find a relief from the unbearable pain they were going through.

Both of my friends were looking for a place to go, and very similarly they thought that I could help to find one, far enough from where they were and could not stay any longer.

But their urge to escape brought them further than any place I could have ever offered.

For Chiara and Fede

R.I.P.

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Chi conosce Jeffrey Tayler

Qualche tempo fa leggevo su una rivista semiseria, forse su un aereo che mi portava da qualche parte, che il massimo numero di persone che un individuo riesce a gestire nel suo circolo di contatti é di 400 alla volta. Non ricordo piú quale fosse la morale di quell’articolo, ma sono sicuro di conscere almeno una persona in grado di gestirne ben piu’ di 400…

Nel 2010, mentre mi capitò di passare qualche tempo in Ciad a cercare acqua come un rabdomante, un caro amico, A. A., mi mise tra le mani un libro di un tale Jeffrey Tayler, uno dei pochissimi scritti sul Ciad, addirittura in versione italiana: una perla! Jeffrey partí da N’Djamena in autobus con destinazione Abeche, per poi proseguire attraversando tutto il Sahel fino al Niger. Trovandomi in Ciad, ovviamente il suo libro per me terminó con Jeffrey che abbandonava il paese per proseguire la sua avventura verso l’ovest.

In questo periodo mi capita di lavorare in Repubblica Democratica del Congo, innaffiando il paese con acqua santa (clorata, per chi non crede) nella speranza di fermare un’epidemia di cholera. Durante una breve vacanza da disoccupato, mi reco a Mosca per un paio di settimane per recuperare mia moglie prima di tornare alla missione impossibile in RDC. Mia moglie mi racconta di essere stata messa in contatto con un autore che scrisse un libro sulla sua discesa in piroga del fiume Congo nell’ex Zaire (1995, oggi RDC) a partire da Kisangani e fino alla capitale Kinshasa: oltre 1300 km… Il personaggio attualmente vive a Mosca. Lo incontriamo per due sere di seguito, entrembe le sere dimenticando il libro da far autografare, mas senza far mancare vino e vodka.

Finalmente ad una certa ora della seconda sera Jeffrey accenna alla sua traversata del Ciad in autobus. Solo a quel punto connetto i diversi ricordi che finalmente mi illuminano nell’affanno da vodka: Jeffrey era anche il nome dell’autore di quei capitoli letti due anni prima: felice di aver scoperto il seguito non scritto di quella storia, gli stringo la mano congratulandomi. Riconosco una gioia genuina in Jeffrey nell’essere stato apprezzato. Worlds collinding, ed il mondo diventa, una volta di piú, ancora piú piccolo.

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Congo: the neighbor from Hell

Dal punto di vista umanitario, una crisi gia’ precipitata: 2.200.000 tra sfollati e rifugiati; il rischio che se ne aggiungano altri 300.000 a breve se l’attacco dei ribelli a Goma verra’ portato a termine; un’epidemia di colera iniziata nel 2011 e che per varie ragioni, tra cui il conflitto, non si riesce a far tornare ai livelli endemici, con il 2012 come peggior anno del millennio; un’epidemia di morbillo, che non si riesce a controllare; per non parlare del ritorno dell’Ebola (una decina di morti in meno di una settimana) e della malnutrizione che affligge 2.000.000 di persone, aggravata da malattie diarreiche di ogni sorta. Il mondo avra’ pure altre priorita’, ma a questo punto un po’ d’attenzione al Congo bisognerebbe pure dargliela…

Nelle vicinanze qualcuno e’ gia’ ben avviato nella propaganda contro il nemico, stile guerra fredda: http://focus.rw/wp/2012/08/congo-the-neighbor-from-hell/, o meglio ancora, stile genocidio…

La deumanizzazione del nemico e’ parte delle tecniche di guerra, ben conosciute in Europa durante le campagne naziste e fasciste, quelle comuniste nella Germania dell’Est, e quelle reciproche durante la guerra fredda, con l’opposizione tra i due blocchi istigata da film tipo Rocky 4 o Rambo III. Gli esempi non mancano, e gli africani hanno imparato bene.

Qualcuno si trastulla pensando che la responsabilita’ sia delle multinazionali che sfruttano le risorse minerarie. Altri attacano l’ONU, colpevolmente consapevole, gigante dai piedi di balsa che lascia il mondo ai suoi giochi. Sfugge invece che le multinazionali non fanno altro che approfittare dell’esistente: cercano di influenzare, a volte sostenute da governi terzi, sono parte del gioco, ma non sono decisive. Mentre l’ONU, se non puo’ nulla, e’ principalmente per propria incapacita’, oltre che per l’inefficiacia del sistema delle Nazioni Unite nel suo complesso.

Le campagne di delegittimazione dei governi, le teorie della cospirazione di ogni segno, servono in ultima istanza a deresponsabilizzare i decisori. La responsabilita’ politica di quello che succede e’, e resta, nelle mani dei governanti.

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