La riforma che ci manca: l’elezione diretta del Primo Ministro

La riforma bocciata dal referendum del 4 dicembre aveva degli elementi di novità che avrebbero meritato maggior attenzione da parte degli italiani, ma bisogna ammettere che fu vittima di grandi compromessi al ribasso ed improvvisazioni di ogni genere, che allontanarono i quesiti referendari dal sentire comune. Uno su tutti la riforma del Senato: l’ultima delle priorità per l’italiano medio. La vera missione del governo Renzi, annacquata con il tempo, era di trovare il giusto compromesso tra stabilità di governo e bilanciamento dei poteri. Missione fallita, e bisogna ammetterlo, che si fosse per il SI come me, o per il NO, come i vincitori del premio alla peggiore decisione della storia d’Italia.

Senza voler sminuire il ruolo negativo giocato dall’opposizione di sciacalli, bisogna ammettere che Renzi ha commesso due errori macroscopici che avrebbe potuto facilmente evitare.

Il primo è arcinoto, ed è stata la personalizzazione della battaglia referendaria per cercare quella legittimazione che l’opposizione mai gli ha concesso. Un errore in cui l’opposizione non poteva che sperare, e che ha finito per far dimenticare la materia su cui si decideva.

Il secondo fatale errore, figlio del primo e dell’ego smisurato di Renzi, è stato quello di accorpare i sette quesiti diversissimi in un semplice si o no, confermando che il voto aveva una valenza puramente simbolica ed era soprattutto un voto alla persona, ed indebolendo la valenza della consultazione popolare.

Bisogna dunque iniziare ad ammettere, anche tra chi avrebbe votato SI, che la riforma costituzionale proposta era obbiettivamente incompleta, e bisogna avere altrettanto coraggio nel riconoscere gli errori venali ed un po’ banali di Renzi. È importante farlo per poter rimettere al centro il vero e insoluto problema del nostro paese, e lasciarsi alle spalle per quanto possibile i veleni ed i desideri di vendette.

Il motivo per cui la riforma proposta era insufficiente è che l’eliminazione del bicameralismo perfetto non risolveva alla radice il problema dell’instabilità di governo, diretta conseguenza della mancata separazione tra il potere esecutivo e quello legislativo. Inoltre la facilità con cui in Italia si mette mano alla legge elettorale, espone a rischi enormi un sistema che sarebbe divenuto monocamerale di fatto.

Quello su cui bisogna lavorare una volta per tutte in Italia è la formula per togliere al parlamento la facoltà di far cadere i governi. Ed il modo più diretto per arrivarci è l’elezione diretta del primo ministro, reinterpretando i modelli francese o americano in chiave di premierato.

La via del presidenzialismo è infatti ostica e non necessariamente la migliore per un sistema come quello italiano. Un premierato con elezione diretta del Primo Ministro, al contrario, richiederebbe aggiustamenti costituzionali minori su cui si potrebbero mettere d’accordo un numero di forze politiche sufficiente. Un tale premierato potrebbe infatti funzionare con un proporzionale puro alle camere, senza scomodare alcuna forma di maggioritario.

Una riforma del genere deve chiaramente tenere in dovuto conto il bisogno di stabilire i contrappesi necessari all’accresciuto potere del primo ministro, come l’introduzione di un limite al numero dei mandati, un sistema di impeachment chiaramente regolamentato, una legge quanto più equilibrata possibile per regolare i possibili conflitti di interessi, ed una commissione elettorale indipendente che metta al riparo la legge elettorale dagli eletti stessi, ponendo fine al ridicolo conflitto di interessi in essere in Italia.

Bisogna discutere di un sistema a suo modo unico, che rappresenti una sintesi accettabile tra governabilità e rappresentanza. Una sintesi che possa facilmente entrare nelle corde del sistema e nei cuori degli italiani.

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