Che cosa c’è di sbagliato nel TTIP

La negoziazione sul “Transatlantic Trade and Investment Partnership” (TTIP) sta sollevando parecchi dubbi, in particolare dopo che, il 2 maggio 2016, la sede di Greenpeace nei Paesi Bassi ha pubblicato nuove rivelazioni sulle bozze di accordo ormai quasi finalizzate tra Stati Uniti e Unione Europea (qui).

Dalla stessa pagina di Greenpeace si leggono le motivazioni dei timori, tra cui sembrano prevalere quelli di carattere ambientale relativi alle omissioni sugli accordi relativi al trattato di Parigi sul cambiamento climatico, ma anche altri, quali:

  • La paura del potere che verrà ceduto alle grandi corporazioni americane nel sistema europeo
  • L’assenza di riferimenti a possibili sistemi di class-action per controbilanciarne il potere
  • L’abbandono del principio di precauzione da parte dell’UE
  • L’adozione del principio della gestione del rischio di sostanze pericolose, che sostituirebbe il bando vigente in Europa.

Sono tutti timori legittimi, e da non sottovalutare, nonostante i motivi elencati siano secondari rispetto al vero nodo della questione.

Più dei timori sui singoli temi, il TTIP ci fa riscoprire ancora una volta la debolezza di un’Unione Europea che, senza alcuna legittimazione politica, entra in una negoziazione con una posizione fatta di compromessi a 28, contro la solida ed univoca posizione americana. Quello che rende la negoziazione un rischio per noi europei non è tanto la posizione degli USA su temi specifici (nota anche a chi non ha letto l’intero documento), ma l’assenza di una leadership politica europea riconosciuta, in grado di sintetizzare la posizione del nostro continente e di difenderne la linea.

Lo spirito da cui nasce il TTIP non ha a priori nulla di sbagliato: abbattere i dazi e le frontiere per favorire maggiore fluidità negli scambi di merci e lavoro, è l’adattamento ad una realtà che già esiste di fatto per colossi come Amazon o Google, ma non per il singolo cittadino o il piccolo produttore.

Ma come in tutti i processi di negoziazione, è importante sapere come stare al tavolo, per evitare di firmare accordi che, come si paventa, siano sbilanciati a favore di uno solo dei due lati del tavolo. Quello che preoccupa è che l’UE, ad oggi, non dimostra la capacità necessaria per condurre una negoziazione ferma e lucida ad una sola voce. Se da un lato gli Stati Uniti giocano una sola partita, l’UE ne ha in corso 28 interne che non permettono una sintesi armonica per giocare l’unica partita che conta.

L’esempio che abbiamo ancora davanti agli occhi mentre si parla di TTIP è la storia recente della Grecia, vittima di una posizione tedesca oltranzista che ha rallentato in modo criminale l’adozione del Quantitative Easing della BCE, spuntandone l’efficacia e condannando i paesi in difficoltà a ricorrere a misure più drastiche del necessario per evitare la bancarotta. È il chiaro esempio di come l’interesse nazionale in Europa stia danneggiando gli interessi comuni che richiedono una visione di più ampio respiro. La mancanza di visione europea è il vero problema nella negoziazione in corso.

Dobbiamo ricordare come la fretta di stringere accordi sovranazionali ci abbia fin qui condotto nella peggiore e più lunga crisi del dopoguerra, da cui siamo gli ultimi ad uscire, tutt’ora faticando nella risalita. Se non si stabilirà al più presto un’entità politica europea legittimata dai popoli, tutti gli sforzi e gli accordi che si potranno prendere a livelli sovranazionali più elevati comporteranno per gli europei dei rischi enormi.

La fretta di Obama di siglare l’accordo entro la fine del suo mandato riflette infatti due ambizioni: quella personale, di un presidente che vuole lasciare il proprio segno, e quella politica, di un paese che ha tutto l’interesse di posizionarsi al centro di un flusso di commercio internazionale in un momento di debolezza europea, sintetizzando la propria centralità nei due trattati: il Trans-Pacific Partnership (TTP) già siglato nel 2010, ed il TTIP, di valore estremamente più elevato e certamente di maggior valore strategico per l’economia americana.

Questo porrebbe l’Europa in posizione subalterna al mercato americano, cedendo agli USA una posizione di assoluto vantaggio per il prossimo secolo, e mantenendo l’Europa ai margini della geopolitica mondiale per molti anni a venire. Per evitarlo, l’Europa dovrebbe perseguire come priorità assoluta il cammino verso la propria unità federale prima di siglare alcun accordo extraeuropeo. Gli Stati Uniti d’Europa sono ogni giorno più indispensabili se si vuole coltivare una capacità propositiva strategica di grandezza paragonabile a quella americana ed evitare l’ennesimo slittamento verso un’economia incentrata esclusivamente sulla trazione statunitense.

Se la linea francese recentemente adottata di ostruzione all’accordo passerà, si aprirà una nuova opportunità di serrare le righe e concentrarsi sul consolidamento di una forza politica ed economica europea unita. Opportunità non facile da cogliere, visto il frastagliato panorama europeo, ma il cui perseguimento è necessario alla difesa dei nostri interessi prima di trovarsi schiacciati tra gli interessi delle altre superpotenze globali.

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