Elezioni 2018: il progetto +Europa continua

Se qualcuno si stesse ancora chiedendo come mi siano andate queste elezioni (in cui ero candidato al Senato per la lista +Europa in Centro e Nord America, per chi fosse rimasto indietro, ndr.) e più in generale come siano andate a +Europa, vi do un pò di numeri.

Nella mia ripartizione +Europa ha ottenuto oltre cinque mila voti, quasi il 6% delle preferenze (5.63% alla Camera, 5.73% al Senato), sfiorando l’8% in USA (7.73% Camera, 7.92% al Senato). Personalmente ho ottenuto 1160 preferenze, 911 delle quali negli USA. Dunque ringrazio tutti quelli che mi hanno dato fiducia, perché è un risultato personale importantissimo, essendomi impegnato in prima persona per la presentazione della lista nella nostra ripartizione. Ed un grazie in particolare va alla squadra che in poco tempo si è messa in piedi ed ha lavorato con grande dedizione e passione a questa campagna.

Vi chiederete: ma è tanto o poco?

Personalmente, date le condizioni di partenza, penso che sia un risultato straordinario, nonostante non ci permetta di esprimere alcun candidato. Risultato raggiunto senza virtualmente alcuna raccolta fondi, autofinanziandoci interamente o quasi, e dunque di valenza enorme rispetto a chi ha investito decine o centinaia di migliaia di dollari in pubblicità di ogni sorta.

Bisogna inoltre ricordare che la legge elettorale è entrata in vigore solo due mesi prima delle elezioni stesse, lasciando pochissimo tempo alle forze che non erano già rappresentate in parlamento come +Europa per capire la legge ed organizzarsi di conseguenza. Questo non ha consentito grandi strategie, né alcuna preparazione degna di tale nome.

Ma +Europa aveva già un programma, che nasce dalla sintesi di una visione Radicale di Europa come federazione di stati: gli Stati Uniti d’Europa. Visione sulla quale si è trovata la convergenza di altre forze politiche come Forza Europa e Centro Democratico, con quest’ultimo che ha permesso la presentazione della lista prestando il simbolo.

A sinistra ho sentito molti lamentare il fatto che +Europa sottraesse voti al PD, mentre alcuni miei elettori erano preoccupati del contrario: che in caso di mancata elezione il loro voto confluisse al PD (non c’è da preoccuparsi in tal senso, perché’ la circoscrizione Estero segue regole sue ed i voti non vengono ridistribuiti in nessun modo).

La verità è che +Europa è una forza liberale, che nello spettro dei partiti nostrani non trova rappresentazione univoca, mentre al di fuori ha punti riferimento molto chiari, che sono il Partito Europeo dei Liberali, Democratici e Riformatori (ELDR o ALDE in inglese) e l’Internazionale Liberale, che ha come obiettivo gli Stati Uniti d’Europa.

La visione politica è dunque autonoma rispetto a quella degli altri partiti italiani, non è interamente sovrapponibile ad alcuno di essi, e per questo motivo i voti che abbiamo raccolto non sono voti di altri, nè la loro ridistribuzione tra le altre forze politiche è ovvia.

A riprova si potrebbe portare l’esperienza italiana: +Europa apparentata con il PD si è fermata al 2.5% dei voti, mentre all’estero si è assestata al 5.63%. Uso il condizionale perché il voto all’Estero si discosta molto da quello in patria: all’estero il PD è primo partito con il 26.44% dei voti, contro un misero 21.49% del centrodestra unito, ed un 17.50% dell’M5S. Quindi il paragone non sarebbe così ovvio, se non fosse che questa osservazione è rafforzata dai sondaggi anteriori alle elezioni, che davano la lista +Europa tra il 5 e 6% anche in Italia se avesse corso da sola.

Tutto questo per dire che +Europa rappresenta una parte importante dell’elettorato, alla quale si sente il dovere di dare voce, come Emma Bonino ha chiaramente espresso nel corso della conferenza stampa del dopo voto, insieme agli altri eletti Alessandro Fusacchia, Riccardo Magi e Bruno Tabacci. Com’è doveroso continuare a lavorare per contrastare il proliferare di rigurgiti sovranisti che potrebbero portare l’Italia ai margini della scena politica mondiale.

C’è ragione di credere che il potenziale di +Europa sia ampiamente maggiore di quello che i numeri di questa elezione ci dicano, ed in Centro e Nord America ci stiamo già organizzando per (ri)unire chi ha sostenuto questa iniziale avventura e chi vuole prenderne parte da qui in poi per prepararci come si deve alle prossime sfide, a partire dalle elezioni europee del 2019, e con un occhio alle prossime politiche italiane, che potrebbero riproporsi a breve.

Contattatemi pure se doveste essere interessati a sostenere questo progetto, anche se doveste trovarvi in altre parti del mondo.

Intanto rinnovo un sentito grazie a tutti i sostenitori e compagni di cammino!

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Il comico che non fa ridere

Su suggerimento dell’amica Roberta, ho visto per la prima volta il passaggio di Casaleggio-figlio dalla Gruber, che risale a circa sei mesi fa: sedere al fianco di uno psicopatico con la passione per le lame mi avrebbe inquietato di meno.

Incapace di elaborare un pensiero proprio, l’uomo sembra sia votato (o sia stato votato dal padre) ad una missione singolare: sottrarre al mondo la complessità che gli appartiene. È l’antileader che vuole trasferire la propria inutilità al sistema, l’uomo senza palle che vuole negare agli altri la responsabilità di rappresentare se stessi.

Solo un uomo così (in nome del padre, chiaramente) poteva essere dietro l’intento di distruggere la politica rappresentativa in nome di quella diretta: un uomo che vorrebbe levarsi di dosso il peso delle decisioni, ed al contempo levarlo anche agli altri. Un uomo che vorrebbe far pagare al mondo la sua inadeguatezza, i suoi limiti, le sue insicurezze. Un uomo che cerca di risolvere a colpi di pessimi algoritmi, le sue psicosi: nella sua mente, un giorno, masnade di utenti disinformati dovrebbero avere il dito sul bottone del nucleare, deliberare su politiche energetiche, discettare di pianificazione urbana, essere interpellati su politiche monetarie e decisioni finanziarie… Un dito collettivo, per annullare le responsabilità individuali.

Da un lato dunque Grillo: pregiudicato che non può farsi eleggere, l’utile idiota perfetto.

Dall’altro, l’uomo che sogna di dominare il mondo attraverso il quinto potere, quello del web: il fantasma del potere, l’Andreotti informatico.

Il frustrato che sfoga la sua ira da un blog, in mano dello psicopatico che il blog gestisce.

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La riforma che ci manca: l’elezione diretta del Primo Ministro

La riforma bocciata dal referendum del 4 dicembre aveva degli elementi di novità che avrebbero meritato maggior attenzione da parte degli italiani, ma bisogna ammettere che fu vittima di grandi compromessi al ribasso ed improvvisazioni di ogni genere, che allontanarono i quesiti referendari dal sentire comune. Uno su tutti la riforma del Senato: l’ultima delle priorità per l’italiano medio. La vera missione del governo Renzi, annacquata con il tempo, era di trovare il giusto compromesso tra stabilità di governo e bilanciamento dei poteri. Missione fallita, e bisogna ammetterlo, che si fosse per il SI come me, o per il NO, come i vincitori del premio alla peggiore decisione della storia d’Italia.

Senza voler sminuire il ruolo negativo giocato dall’opposizione di sciacalli, bisogna ammettere che Renzi ha commesso due errori macroscopici che avrebbe potuto facilmente evitare.

Il primo è arcinoto, ed è stata la personalizzazione della battaglia referendaria per cercare quella legittimazione che l’opposizione mai gli ha concesso. Un errore in cui l’opposizione non poteva che sperare, e che ha finito per far dimenticare la materia su cui si decideva.

Il secondo fatale errore, figlio del primo e dell’ego smisurato di Renzi, è stato quello di accorpare i sette quesiti diversissimi in un semplice si o no, confermando che il voto aveva una valenza puramente simbolica ed era soprattutto un voto alla persona, ed indebolendo la valenza della consultazione popolare.

Bisogna dunque iniziare ad ammettere, anche tra chi avrebbe votato SI, che la riforma costituzionale proposta era obbiettivamente incompleta, e bisogna avere altrettanto coraggio nel riconoscere gli errori venali ed un po’ banali di Renzi. È importante farlo per poter rimettere al centro il vero e insoluto problema del nostro paese, e lasciarsi alle spalle per quanto possibile i veleni ed i desideri di vendette.

Il motivo per cui la riforma proposta era insufficiente è che l’eliminazione del bicameralismo perfetto non risolveva alla radice il problema dell’instabilità di governo, diretta conseguenza della mancata separazione tra il potere esecutivo e quello legislativo. Inoltre la facilità con cui in Italia si mette mano alla legge elettorale, espone a rischi enormi un sistema che sarebbe divenuto monocamerale di fatto.

Quello su cui bisogna lavorare una volta per tutte in Italia è la formula per togliere al parlamento la facoltà di far cadere i governi. Ed il modo più diretto per arrivarci è l’elezione diretta del primo ministro, reinterpretando i modelli francese o americano in chiave di premierato.

La via del presidenzialismo è infatti ostica e non necessariamente la migliore per un sistema come quello italiano. Un premierato con elezione diretta del Primo Ministro, al contrario, richiederebbe aggiustamenti costituzionali minori su cui si potrebbero mettere d’accordo un numero di forze politiche sufficiente. Un tale premierato potrebbe infatti funzionare con un proporzionale puro alle camere, senza scomodare alcuna forma di maggioritario.

Una riforma del genere deve chiaramente tenere in dovuto conto il bisogno di stabilire i contrappesi necessari all’accresciuto potere del primo ministro, come l’introduzione di un limite al numero dei mandati, un sistema di impeachment chiaramente regolamentato, una legge quanto più equilibrata possibile per regolare i possibili conflitti di interessi, ed una commissione elettorale indipendente che metta al riparo la legge elettorale dagli eletti stessi, ponendo fine al ridicolo conflitto di interessi in essere in Italia.

Bisogna discutere di un sistema a suo modo unico, che rappresenti una sintesi accettabile tra governabilità e rappresentanza. Una sintesi che possa facilmente entrare nelle corde del sistema e nei cuori degli italiani.

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Che cosa c’è di sbagliato nel TTIP

La negoziazione sul “Transatlantic Trade and Investment Partnership” (TTIP) sta sollevando parecchi dubbi, in particolare dopo che, il 2 maggio 2016, la sede di Greenpeace nei Paesi Bassi ha pubblicato nuove rivelazioni sulle bozze di accordo ormai quasi finalizzate tra Stati Uniti e Unione Europea (qui).

Dalla stessa pagina di Greenpeace si leggono le motivazioni dei timori, tra cui sembrano prevalere quelli di carattere ambientale relativi alle omissioni sugli accordi relativi al trattato di Parigi sul cambiamento climatico, ma anche altri, quali:

  • La paura del potere che verrà ceduto alle grandi corporazioni americane nel sistema europeo
  • L’assenza di riferimenti a possibili sistemi di class-action per controbilanciarne il potere
  • L’abbandono del principio di precauzione da parte dell’UE
  • L’adozione del principio della gestione del rischio di sostanze pericolose, che sostituirebbe il bando vigente in Europa.

Sono tutti timori legittimi, e da non sottovalutare, nonostante i motivi elencati siano secondari rispetto al vero nodo della questione.

Più dei timori sui singoli temi, il TTIP ci fa riscoprire ancora una volta la debolezza di un’Unione Europea che, senza alcuna legittimazione politica, entra in una negoziazione con una posizione fatta di compromessi a 28, contro la solida ed univoca posizione americana. Quello che rende la negoziazione un rischio per noi europei non è tanto la posizione degli USA su temi specifici (nota anche a chi non ha letto l’intero documento), ma l’assenza di una leadership politica europea riconosciuta, in grado di sintetizzare la posizione del nostro continente e di difenderne la linea.

Lo spirito da cui nasce il TTIP non ha a priori nulla di sbagliato: abbattere i dazi e le frontiere per favorire maggiore fluidità negli scambi di merci e lavoro, è l’adattamento ad una realtà che già esiste di fatto per colossi come Amazon o Google, ma non per il singolo cittadino o il piccolo produttore.

Ma come in tutti i processi di negoziazione, è importante sapere come stare al tavolo, per evitare di firmare accordi che, come si paventa, siano sbilanciati a favore di uno solo dei due lati del tavolo. Quello che preoccupa è che l’UE, ad oggi, non dimostra la capacità necessaria per condurre una negoziazione ferma e lucida ad una sola voce. Se da un lato gli Stati Uniti giocano una sola partita, l’UE ne ha in corso 28 interne che non permettono una sintesi armonica per giocare l’unica partita che conta.

L’esempio che abbiamo ancora davanti agli occhi mentre si parla di TTIP è la storia recente della Grecia, vittima di una posizione tedesca oltranzista che ha rallentato in modo criminale l’adozione del Quantitative Easing della BCE, spuntandone l’efficacia e condannando i paesi in difficoltà a ricorrere a misure più drastiche del necessario per evitare la bancarotta. È il chiaro esempio di come l’interesse nazionale in Europa stia danneggiando gli interessi comuni che richiedono una visione di più ampio respiro. La mancanza di visione europea è il vero problema nella negoziazione in corso.

Dobbiamo ricordare come la fretta di stringere accordi sovranazionali ci abbia fin qui condotto nella peggiore e più lunga crisi del dopoguerra, da cui siamo gli ultimi ad uscire, tutt’ora faticando nella risalita. Se non si stabilirà al più presto un’entità politica europea legittimata dai popoli, tutti gli sforzi e gli accordi che si potranno prendere a livelli sovranazionali più elevati comporteranno per gli europei dei rischi enormi.

La fretta di Obama di siglare l’accordo entro la fine del suo mandato riflette infatti due ambizioni: quella personale, di un presidente che vuole lasciare il proprio segno, e quella politica, di un paese che ha tutto l’interesse di posizionarsi al centro di un flusso di commercio internazionale in un momento di debolezza europea, sintetizzando la propria centralità nei due trattati: il Trans-Pacific Partnership (TTP) già siglato nel 2010, ed il TTIP, di valore estremamente più elevato e certamente di maggior valore strategico per l’economia americana.

Questo porrebbe l’Europa in posizione subalterna al mercato americano, cedendo agli USA una posizione di assoluto vantaggio per il prossimo secolo, e mantenendo l’Europa ai margini della geopolitica mondiale per molti anni a venire. Per evitarlo, l’Europa dovrebbe perseguire come priorità assoluta il cammino verso la propria unità federale prima di siglare alcun accordo extraeuropeo. Gli Stati Uniti d’Europa sono ogni giorno più indispensabili se si vuole coltivare una capacità propositiva strategica di grandezza paragonabile a quella americana ed evitare l’ennesimo slittamento verso un’economia incentrata esclusivamente sulla trazione statunitense.

Se la linea francese recentemente adottata di ostruzione all’accordo passerà, si aprirà una nuova opportunità di serrare le righe e concentrarsi sul consolidamento di una forza politica ed economica europea unita. Opportunità non facile da cogliere, visto il frastagliato panorama europeo, ma il cui perseguimento è necessario alla difesa dei nostri interessi prima di trovarsi schiacciati tra gli interessi delle altre superpotenze globali.

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So men created God in their own image

The story that religions tell us would be so much more convincing if they could only revert the order of the factors.

If religions would state that men created God , they would easily win the eternal debate with atheists that would eventually surrender to the incontrovertible evidence that God not only exists, but he/she influences our lives every single day of our existence, whether you want to believe or not.

I save you from the obvious examples of this evidence.

The statement would fit well in neuroscientific theories that say that not only we inherit genes and a specific DNA that somehow predetermine many of our characters, but we become what we are through the constant interaction with the external environment that we also contribute to shape, in a mutual continuous exchange of energy and matter.

What we are is a combination of internal and external factors, a balance between our will and energy, and the contribution from the external world. In a way that we and our environment are one instable balance between multiple concurrent forces.

The same principle applied to God would bring to the logical conclusion that without men, God could not exist. Men shape God in their own image, and eventually so does he/she.

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Men’s ribs

Kinshasa, 2013. It is a day like many. I leave work a bit late. I see few Congolese colleagues waiting for someone to pick them up. I stop by with my car and offer a lift in my direction and a colleague took advantage of the offer: lady, mother of 4, very nice and well respected by all colleagues.
The ride was short, less than 10 minutes. In those ten minutes, after a quick small talk, my colleague asks me point-blank : “Are you saved?”. The question was not really connected with the preceding sentences.
I think for a second. Trying not to offend the sensitivity of my colleague I start: “You know, in Italy we all grow in a context permeated by a very religious culture…”. “Oh, yes, in Italy there is the Pope!” she responds with an outburst of excitement. “Yes, every Sunday he preaches in St. Peter’s Square overlooking the mass of the faithful from his balcony. He is shown on TV” I say. ” Oooh : have you ever been there? “. Moment of silence . “Well, not really. You know, the Vatican is not really close to where I live…” . I can hear her thoughts even before she comes again: “So, are you saved?”.
I realize that I can not really avoid the subject and take a few more seconds to structure my answer: “Let’s say that I do not have very strong religious beliefs. I do not deny spirituality, but the creation, as described, is a bit…”.
“Are you telling me that you believe in the big explosion? that we descend from apes? Oh Lord!” she interrupts. (Ironically, in the Congo, not far from Kinshasa, there is a reserve where the famous “Bonobos” live, the breed of apes genetically more alike to humans. Scientists from all over the world fly to Congo to observe them…).
“Well… I feel it is more likely…”.
” Aha! Aha! Aha ! ” the lady outbursts in a big, loud laugh.
I then try to rephrase: “What I am trying to say is that, assuming that a god exists, the story in the Bible should be contextualized. It was written thousands of years ago, it reflects the knowledge, myths and beliefs of the time, when science was not there yet, and our ancestor did not know much about the world, the universe, biology and so on. Clearly you cannot believe that God took a rib from a man and created a woman…”.
“Do you know how many ribs you have?” She interrupts me: “Ask your doctor! See: you have to put into question your certainties. You have to challenge your doctor. You will find out that on one side you have a missing rib!”.
Amen…
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Mr. Firas, the law of relativity, or the relativity of the law

A few weeks ago my wife and I were supposed to move to a different apartment within the building where we used to live. For two months we were talking with our Syrian manager and handyman Issam, who sought to accommodate all our requests. On December 23, the day we were moving up, we receive an incomprehensible stop by the landlord, the terrible Mr. Firas …

The poor Issam, frustrated and disheartened, comes to give us the news, taking all the insults of the case, which soon would be turned to the landlord.

For the record, the redoubtable Mr. Firas, Lebanese immigrated in DRC 30 years ago if not longer, owner of massive properties and well known developer, is a bit like the Phantom of the opera: none of the tenants have ever met him, but his presence is in the air and usually manifests itself in negative ways.

The next day, December 24, I went to face the terrible Mr Firas: with faltering steps I approach the corner behind which, well hidden, you can find the entrance to his office, where the mirrored door does not let you guess his presence inside.

I open the door and sunken in a human leather chair, a head is just off the desk out of any proportion. “Good morning” I say in a firm tone. “Good morning” I hear answering from a squeaky nasal voice. A small hand attached to a short arm emerges from under the desk and invites me to sit down pointing at the small chair for guests.

A little sharp, I express to Mr. Firas my disappointment for the inconvenience caused by his change of mind with respect to our moving from one apartment to another, for which we had already bought furniture from the outgoing tenant. Mr. Firas says “but I never said that you could move”. “Yes, but Issam …” I say. “Who is Issam?” He replies. “Issam: your employee, to whom I pay the rent every month, who made me sign the lease.” “You signed the lease with me.” “Maybe, but this is the first time I see you so, as far as I am concerned, if Issam does not exist, it means that I never signed any contract.”

The conversation follows in this vein without any development, except that somehow Mr. Firas, sitting on the tip of his sit with both arms leaned on his desktop as if he clung to it not to slide underneath, accepts, despite everything, to refund the cost of the furniture.

Things did not resolve at all: Svetlana was still very pissed, so was I. In less than 24 hours we find another apartment in another building. I meet Mr. Firas for the second time, this time in the parking lot. I barely recognized him: he seemed ridiculously small, with a big head. I tell him that if he is ok, my wife and I would move out in the coming days, as long as we do not be charged for not giving the agreed notice, given the drawbacks caused. “Pas de problemes! ” is the answer. The next day, in reality, “beaucoup de problemes” await us. After having deposited the letter for termination of the contract and paid in advance for the first month of lease of the other house, I go back to see Mr. Firas, who goes back on all agreements: “how can you rely on a word given in a parking lot?” he objects.

Mr. Firas, like a scratched vinyl, keeps repeating: “we have a contract where it is written blah blah blah”.  More and more pissed I keep answering “yesterday you told me “pas de problemes”, and now we have “beaucoup de problemes”!”.

Not happy with the unsolved issue, the following day I go back bringing Svetlana along, hoping to convince him in front of another witness to at least acknowledge the existence of Issam, who was the person that we communicated to since the beginning of our arrival in the building. As soon as Svetlana opens her mouth to support my argument, the progressive beliefs that Mr. Firas was carefully hiding from us came out: “woman, know your place!”.

Moral of the story, following an intervention by the UN Security that mediated between us, a few weeks later we come to a satisfactory agreement, due to his fear of ruining the large business with the UN staff in the country…

What I still find absolutely incomprehensible in all this story is that in a country with no trace of law, where people live in constant breach of any possible rule and common sense, where only money talk (better if cash), the fucking contract still mattered!

Our new bedroom...

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